Truth & Lies – capitolo III

Non so se riuscirò a mantenere questo ritmo ancora a lungo… anzi, credo di no, ma finché ce n’è… io posto 😉

Capitolo 3

 

Jake sbatté la portiera quando scese dall’auto. Sebastian l’aveva accompagnato a casa, nonostante le sue rimostranze.

Casa sua era una piccola porzione di una villetta a Silver Lake, abbastanza lontano dalla sua solita zona in cui, giorno dopo giorno, entrava in contatto con la feccia. Non era Beverly Hills, ma era una zona tranquilla, i vicini erano per la maggior parte gente rispettabile e nessuno lo infastidiva più di tanto.

«Ti ho detto che non mi serve la balia!» esclamò mentre arrancava lungo il vialetto che portava alla porta di casa. Perché Sebastian insistesse per restargli così appiccicato era una cosa che non gli era chiara. E poi lui non era abituato a essere controllato a vista. Era uno spirito autonomo, lui.

Il suo collega lo seguiva a testa bassa, con il borsone in mano. «Circa una decina di volte, sì. Ma forse ti sfugge che non m’interessa quello che dici. Fisher è preoccupato per te e mi ha chiesto di stare con te. Tua madre e tuo padre altrettanto, in caso non avessi notato i messaggi subliminali che hanno emanato in questi cinque giorni. E, anche se non posso dire che tu sia una persona che stimola il buonumore, che ti piaccia o no, sono il tuo compagno ora, quindi mi assicurerò che non tratterai troppo male quel tuo culo… perfetto?»

Jake sentì un’ondata inaspettata di rossore risalirgli al viso e si maledisse per l’uscita infelice che aveva fatto in ospedale. Dovevano avergli dato degli antidolorifici davvero pesanti se era stato così fuori di testa da fare una battuta del genere, rischiando di scoprirsi. Non si vergognava di essere gay, ma non era una cosa che diceva a tutti, soprattutto non nel suo ambiente lavorativo, quindi l’argomento culo di solito non era all’ordine del giorno. Trafficò con le chiavi, con la mano sana, e aprì la porta con un grugnito, impegnandosi al massimo per evitare di guardare il collega.

La casa era vuota come sempre, fredda come sempre, buia come sempre, eppure Jake sentì la sensazione di perdita non appena varcò la soglia. Non che lui e Paul avessero una relazione idilliaca e non che il suo ex compagno passasse molto tempo a casa sua, ma improvvisamente la consapevolezza che non ci avrebbe passato più nemmeno un minuto faceva risaltare, agli occhi di Jake, la sterilità di quel luogo.

Allungò una mano e alzò l’interruttore per accendere le luci, prima di avviarsi ad aprire le finestre per fare entrare un po’ d’aria.

Sebastian entrò dietro di lui e si guardò attorno, appoggiando il borsone a terra. Poi si raddrizzò e attese che il padrone di casa tornasse dal giro delle stanze.

Quando Jake arrivò e lo vide sulla soglia di casa, lo guardò con un sopracciglio alzato.

«Che fai?»

«Non lo so… che faccio?» rispose Sebastian stringendosi nelle spalle.

«O entri o te ne vai,» lo liquidò Jake con un cenno della mano. Si complimentò con se stesso: perlomeno non l’aveva cacciato.

 

Sebastian si chiuse la porta alle spalle e fece un passo avanti, improvvisamente a disagio. Quella casa era così sterile e vuota che non aiutava per niente a farsi un’idea del suo nuovo compagno. Jake era un uomo difficile e aveva già avuto modo di notarlo, ma quel giorno sembrava più corrucciato del solito. Sebastian non lo biasimava. Quello che gli era successo avrebbe segnato chiunque.

 

«Vuoi… acqua?» chiese Jake con la padronanza di linguaggio di un robot. Si era reso conto di essere stato scortese con un ragazzo che, comunque, era lì per aiutarlo. Avrebbe voluto offrirgli qualcosa, ma aveva realizzato solo dopo aver iniziato a parlare che, vista la sua lunga assenza, non aveva niente in frigorifero. Conoscendo sua madre, era di sicuro passata e aveva svuotato tutto.

«Acqua va bene,» annuì Sebastian avviandosi verso il divano e facendo cenno di sedersi, per poi rialzarsi subito quando si rese conto che Jake non avrebbe potuto servire da bere per entrambi con un braccio solo. «Aspetta,» si affrettò a dire, raggiungendo il collega che stava aprendo i mobiletti della cucina. «Ti aiuto,» concluse facendogli un sorriso.

Jake aprì la bocca per ribattere, ma improvvisamente si sentì stanco, molto stanco e lasciò cadere il braccio. «Ok, fai pure,» sospirò andando in salotto e prendendo posto esattamente dove poco prima stava per sedersi Sebastian.

Quando il ragazzo tornò dalla cucina, Jake si prese qualche istante per guardarlo. La somiglianza con Paul era notevole e non aveva ancora capito che sensazioni gli evocasse. C’erano così tante cose da metabolizzare prima di arrivare all’accettazione di ciò che era successo. E Jake si sentiva completamente spiazzato.

Sebastian gli allungò un bicchiere e si sedette accanto a lui, fissando davanti a sé proprio come stava facendo Jake. Era una situazione di stallo per entrambi e nessuno dei due sembrava sapere cosa dire.

Fu Sebastian a spezzare il silenzio.

«Bene, ora che sei a casa cosa intendi fare, visto che non puoi ancora tornare al lavoro?»

Jake fece spallucce e sorseggiò la sua acqua. «Indagherò per conto mio.»

«Eh, no, cazzo!» esclamò Sebastian voltandosi finalmente a guardarlo, facendo quasi sussultare Jake. Era la prima volta che lo vedeva perdere le staffe. «Non cominciamo con queste cazzate, ok? Se Fisher viene a scoprire una cosa simile ti leva il distintivo! Sai benissimo che la morte di un agente coinvolge gli affari interni e siamo tutti sotto una lente d’ingrandimento ora, per cui non cominciare a fare l’eroe solitario!»

Jake ascoltò tutta la tirata del suo compagno e poi assottigliò lo sguardo.

«Oh, ma tu che cazzo vuoi da me, mh? Non ti conosco quasi per niente! Se voglio indagare sulla morte di Paul, indagherò sulla morte di Paul! Lui era… Vaffanculo, okay? Non mi serve che tu stia dalla mia parte. Anzi, non mi servi proprio per niente. Mi arrangerò da solo! Non so nemmeno perché te l’ho detto!»

Sebastian si alzò e guardò il suo collega dall’alto.

«Che ti piaccia o no, io ora sono il tuo collega! Posso capire quello che provi e posso anche sopportare che non mi voglia vicino perché la perdita di Paul è ancora troppo recente, ma non puoi comportarti come se io non esistessi. Non sotto l’aspetto lavorativo, almeno. Non ti piaccio? Mi vuoi ignorare fuori dal lavoro? L’ho capito, non sono stupido, ma se si parla di lavoro, io sono il tuo partner. E non voglio che tu faccia cazzate!»

Jake si alzò, imitando il suo nuovo collega e gli si mise talmente vicino da percepire il calore del suo corpo. Peccato che il fatto che dovette alzare il viso per guardarlo rendesse le sue intenzioni un po’ meno minacciose.

«Non me ne frega un cazzo chi sei. Io manco ti volevo. E no, tu non puoi capire. Tu non sai cosa si prova a perdere un… collega, quindi non venire a farmi la morale. Se non ti piace avermi come partner, puoi sempre chiedere di essere assegnato altrove.»

Sebastian lo guardò con gli occhi fiammeggianti per un istante e poi scosse il capo, facendo un passo indietro.

«Che eri stronzo me l’avevano detto, ma non mi aspettavo che fossi anche stupido.»

Sebastian non si aspettava il pugno che gli arrivò dritto alla mascella. Barcollò all’indietro e si tenne la guancia, strabuzzando gli occhi.

«Ma che cazzo…» balbettò controllandosi il palmo della mano per vedere se il suo caro nuovo collega gli avesse provocato qualche danno.

«Fuori da casa mia,» sibilò Jake con il fiatone, tenendosi il braccio rotto stretto al petto. «Fuori da casa mia o giuro su Dio ti sbatto fuori a calci in culo!»

Sebastian lo fissò per qualche istante e poi girò sui tacchi, avvicinandosi alla porta con un “come vuoi” – o forse era “cazzi tuoi” – che aleggiò nella stanza dopo che fu uscito.

Jake si lasciò cadere sul divano, spompato e tremante di rabbia. Rabbia che scese e si depositò nel suo ventre, prima di risalirgli nello stomaco e nel petto e ancora più su e uscirgli in forma liquida dagli occhi, trasformata in qualcosa di molto simile al dolore.

 

Passarono alcune ore prima che Jake riprendesse il controllo di sé e sui propri pensieri. Non aveva mai avuto un crollo emotivo prima di allora e non pensava nemmeno che l’avrebbe mai avuto, ma il fatto che fosse ridotto a uno straccio lacrimante e tremolante sul divano, scosso dal dolore e dalla rabbia, gli fece pensare che forse, per la prima volta, il grande e duro Jake Malloy era crollato. Per davvero.

Si alzò a fatica e andò in bagno, dove si lavò il viso con una mano sola, prese un sorso d’acqua, si soffiò il naso e inspirò profondamente guardandosi allo specchio.

La sua faccia era un po’ diversa da come ricordava. Le ferite causate dall’esplosione si erano rimarginate e restavano solo dei segnetti qua e là. La barba gli era stata fatta una volta durante la sua permanenza in ospedale e quindi ora il suo viso era ispido e scuro. I capelli erano più arruffati e lunghi del solito e gli occhi sembravano due gamberoni, tanto erano gonfi.

Prese un altro profondo respiro e aprì l’armadietto dei medicinali: aveva bisogno di una pastiglia per il dolore che gli bussava dietro la fronte. Non era abituato a piangere e ora gli pulsava la testa.

Decise di farsi la barba per tornare ad assumere un aspetto più umano, anche se con una sola mano disponibile si preannunciava un’impresa non da poco.

Il silenzio che lo avvolgeva gli ricordò ciò che era successo e sentì una fitta al petto quando ripensò al fatto di non essere nemmeno riuscito ad andare al funerale di Paul. Non che ci fosse molto da salutare. Il suo corpo era praticamente andato in mille pezzi e nel terreno era stata abbassata una bara vuota. Ma il fatto era che non l’aveva salutato.  E l’ultima parola che gli aveva detto era ‘fanculo’. Non un granché come ultimo ricordo.

Non si era mai davvero soffermato a pensare a ciò che provava per il suo collega, e sapeva di aver fatto bene perché, nonostante a volte indugiasse nella speranza che Paul potesse ricambiare in qualche modo i suoi sentimenti, sapeva che non era così. Paul non era innamorato di lui e, di certo, non avrebbe mai lasciato Sabine per avviarsi con lui verso il tramonto. Sabine… prima o poi avrebbe dovuto affrontare anche lei.

Strinse i denti e strizzò gli occhi quando un’altra ondata di malinconia salì a serrargli la gola. Prese un profondo respiro singhiozzante e poi iniziò a radersi al meglio delle sue possibilità.

Avrebbe scoperto chi aveva ucciso Paul. Sarebbe andato a cercare quel figlio di puttana di Rivera e l’avrebbe fatto in mille pezzi con le sue mani. Non gliene fregava niente di quello che gli aveva detto Fisher, o Sebastian.

Quel pensiero lo riportò a ciò che era accaduto qualche ora prima nel suo salotto. Aveva picchiato il suo partner. E non solo. L’aveva fatto dopo avergli rivelato la sua intenzione di indagare sull’omicidio di Paul. Per quanto ne sapeva, Sebastian poteva essere tornato in centrale e aver raccontato tutto al loro capo. Come poteva essere stato così stupido da dire a Sebastian una cosa simile? Colpa della sua faccia sempre sorridente e dei suoi occhioni azzurri. Colpa della sua somiglianza con Paul, cazzo!

Jake sbatté il rasoio nel lavandino e corse a prendere il cellulare.  Sebastian gli aveva dato il suo numero durante la permanenza in ospedale, casomai Jake avesse avuto bisogno di qualcosa. Ovviamente, Jake non l’aveva mai chiamato. E ora, mentre cercava il suo numero in rubrica si sentiva nervoso e a disagio.

«Pronto.» La voce di Sebastian era secca e bassa, molto diversa dal solito.

«Ehm, pronto. Sì. Ciao. Sono Jake,» esordì il detective con la voce resa ruvida dal pianto. Non un grande inizio. E poi di certo Sebastian sapeva che era lui a chiamare. Il fatto che non rispondesse dopo il suo approccio tentennante non era un buon segno. Salutare almeno, no?

«Sì, ecco, lo sai che sono io. Ovviamente. Senti, volevo dirti che mi dispiace di aver perso la pazienza prima, ok?»

Ci fu qualche secondo di silenzio prima che la voce bassa di Sebastian gli arrivasse all’orecchio.

«Non leccarmi il culo, non serve. Non ho detto niente a Fisher.»

Ma come…?

Jake si alzò di scatto dal divano dove si era seduto poco prima. «Io non ti sto leccando il culo!»

«No, certo. Mi hai chiamato perché ti dispiace sul serio… Jake, non sforzarti troppo di essere quello che non sei. È tutto a posto. Fai quello che vuoi, basta che non mi coinvolgi. Speravo potessimo almeno provare a essere colleghi, ma non è così. Ho ripensato alle tue parole. Sto andando a fare richiesta di trasferimento. O almeno di un nuovo partner. Buona vita, Jake.»

Oh, cazzo.

Certo, era quello che gli aveva detto. E certo, al momento lo pensava. Però no, non era quello che voleva davvero. Era solo scosso e sconvolto e non era se stesso. O forse sì, ma non era quello il punto. Sebastian si era rivelato un ragazzo disponibile e – a essere onesti – anche fin troppo gentile con lui. Si era anche documentato sul suo lavoro nel Bronx durante la permanenza in ospedale e sapeva che era anche un valido detective.

«Aspetta…» si ritrovò a mormorare Jake prima di sapere cosa dire. «È vero, ti ho chiamato perché ero preoccupato che mi avessi sputtanato con Fisher, ma… mi dispiace davvero per quello che ti ho detto e anche per averti colpito. Non… non sono me stesso ultimamente.»

Dall’altra parte della linea ci fu una risatina sarcastica. «Io invece ho sentito dire che sei sempre un po’ stronzo.»

A Jake, quella risposta fece venire da sorridere. Doveva essere impazzito.

«Non sei uno che lascia perdere facilmente, mh?» chiese tornando a sedersi sul divano. «Senti, quello che dicono di me è vero. Non sono uno facile, ma se resterai, scoprirai che non sono uno che racconta balle. Che ne dici considerare la mia offerta di pace?»

Una sensazione strana si intrufolò nel petto di Jake mentre aspettava la risposta di Sebastian.

«Okay,» mormorò il ragazzo con un sospiro e la sensazione strana nel petto di Jake si tramutò in sollievo.

By Erin

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