Truth & Lies – capitolo I

Questa è una storia che ho iniziato tempo fa. Al momento ho scritto cinque capitoli ma devo darmi una mossa e andare avanti, prima che Pandora mi prenda per i capelli e mi sbatacchi di qua e di là come una bambola di pezza XD

Ammetto che è la mia prima M/M ‘poliziesca’ e spero i essere all’altezza del genere. Magari fra qualche giorno vi posterò il primo capitolo anche della mia prima M/M ‘noir’. 🙂

Se la leggerete, vi renderete conto che scrivo in modi molto diversi, a seconda della storia,ma spero vi piaccia comunque *W* (Posto per voi, ma anche per me… così forse mi spronerò da sola ad andare avanti!)

Titolo: Truth & Lies

M/M Genere Poliziesco

Rating: NC17

Personaggi: Jake Malloy, Paul Smith, Sebastian Craig, Capitano Fisher

Capitolo 1

È essenziale andare d’accordo con il proprio partner. È essenziale e può essere di vitale importanza, soprattutto quando sei un detective della narcotici e ti tocca passare ore, se non giorni, chiuso nell’abitacolo di un’auto con il tuo collega, o in giro in mezzo a gente con cui di certo non passeresti le feste comandate.

La fortuna voleva che Jake Malloy non solo andasse d’accordo con il suo collega, Paul Smith, ma che avesse addirittura intrecciato con lui una relazione – ovviamente clandestina – che poteva alleggerire di molto il carico di stress dovuto alle ore di appostamento. O aggiungerlo. Dipendeva dai giorni, dall’umore di entrambi e dalla merda che erano costretti a vedere.

Jake era gay, Paul no. Jake era single, Paul no.

Paul era sposato da cinque anni con Sabine, una deliziosa dottoressa del Community General. Niente figli, due cani e una bella casa a Beverly Hills. Doveva guadagnare proprio bene, Sabine, visto che lo stipendio di un detective della narcotici non ti faceva certo vivere da nababbo. Eterosessuale fino al momento in cui Jake gliel’aveva preso in bocca, bisessuale dal minuto successivo, Paul era bello, spiritoso, con la faccia e il corpo da surfista, i capelli biondi sempre scompigliati e il sorriso da mascalzone.

Jake era il suo opposto, almeno nei colori. Aveva capelli scuri e occhi scuri, più alto di Paul, fisico da nuotatore, zazzera perennemente negli occhi, faccia poco raccomandabile. Non c’era da stupirsi che riuscisse a confondersi con la feccia quando era necessario. Aveva un senso dell’umorismo un po’ secco e non era la persona più amabile del mondo, ma in fondo aveva un lato tenero. Il problema era riuscire a trovarlo.

La loro relazione era cominciata per caso, appunto durante un lunghissimo appostamento, quando Jake aveva finalmente ammesso l’attrazione che provava per il collega, perché dopo dieci ore in auto con lui, o si faceva una sega o la faceva a lui. Evidentemente Paul non era così etero convinto come pensava di essere perché non appena la zip era calata e la mano di Jake si era infilata nella sue mutande, Paul aveva spalancato la bocca e messo la mano sulla nuca del collega. Segnale internazionale che non stava di certo a significare: “fermati” o “cosa stai facendo?” E così Jake era sceso su di lui e finalmente aveva dato sfogo alle sue fantasie, mentre Paul dava sfogo al suo orgasmo. Da quel momento non si erano più fatti problemi ed erano passati anche a rapporti ben più completi. Se uno dei due aveva voglia, sapeva che l’altro era ben lieto di acconsentire. Non ne avevano mai discusso apertamente, perché parlarne avrebbe inevitabilmente portato a Sabine, quindi era meglio continuare a fare e fingere che tutto fosse normale. Non c’erano paroline dolci tra loro, né un sentimento diverso dall’affetto e dal cameratismo. O almeno questo era ciò che Jake doveva credere, anche perché se si fosse permesso di credere ad altro sarebbe finito con il culo per terra. Paul era sposato e così sarebbe rimasto fino alla fine dei suoi giorni. Ovviamente questo non significava che una parte di lui – quella amabile e nascosta – sperasse in un’Apocalisse che avrebbe ribaltato le sorti.

L’Apocalisse in effetti arrivò, ma non andò come previsto.
«Non mi piace la roba che sta girando ultimamente,» mormorò Jake guardando fuori dal finestrino. La vita a South LA scorreva come sempre sui marciapiedi: battone, tossici, spacciatori. Tutto nella norma. «Alcuni dicono che sia arrivato un nuovo signore della droga in città, hai sentito?» chiese poi voltandosi a guardare il collega che guidava lentamente, con una mano sul volante e l’altro braccio appoggiato al finestrino, le dita che gli sfioravano le labbra.
«Sì, ho sentito,» rispose Paul senza voltarsi. «Rivera o qualcosa di simile.»
«Eh, come se non ne avessimo abbastanza di traficantes. Cazzo, questo posto pullula! Non pensavo ci fosse spazio per uno nuovo. Dev’essere un bel po’ cazzuto per esser riuscito a inserirsi tenendosi le palle ancora attaccate.»
South LA era una delle peggiori parti di Los Angeles. Il tasso di criminalità era altissimo e le gang erano a ogni angolo di strada. Inutile dire che i morti ammazzati erano un numero spaventosamente alto, anche se, per la maggior parte, si trattava di regolamenti tra bande. Jake non ci perdeva il sonno di certo. Certo, non era bello vedere un ragazzetto con la maglietta di due taglie più grande e i pantaloni con il cavallo che gli arrivava al ginocchio, steso su un marciapiede con un foro in fronte, o in mezzo al petto, ma questi ragazzi sapevano a cosa andavano incontro. Era una scelta ben precisa la loro. South LA era uno schifo e uno schifo sarebbe sempre rimasto. A volte Jake si chiedeva perché diavolo avesse acconsentito a trasferirsi lì e a quella divisione, ma ai tempi gli sembrava una cosa intelligente. Stupido.
La cosa che ora lo stupiva, però, era come questo Rivera fosse riuscito ad arrivare lì, iniziare a spacciare sotto il naso di tutti ed essere addirittura rispettato. I misteri della malavita. E poi, era circondato da uno strano alone di mistero. Jake quasi ridacchiò al pensiero di aver addirittura sentito qualcuno che lo paragonava al famoso Kaiser Soze de I soliti sospetti. Non lo si vedeva mai, si conosceva solo il suo nome, e la gente che lavorava per lui sembrava non saperlo. Sì, faceva molto Soze, in effetti.
«Oh, il turno è quasi finito,» disse Jake guardando l’orologio, riscuotendosi dai suoi pensieri. Si voltò e lanciò un’occhiata al suo partner. Si schiarì la voce e buttò lì con nonchalance: «Che fai? Vai a casa subito o passi da me per una birra?»
Paul si voltò con l’aria un po’ assente e corrugò le sopracciglia. «Oh, no. No, vado a casa subito. Ho promesso a Sabine che stasera l’avrei portata fuori a cena.»
Una punta di delusione si fece sentire nello stomaco di Jake, ma l’uomo annuì come se niente fosse. «Certo, okay. Hai già deciso dove portarla?»
Paul sorrise. «È un ristorante nuovo. Olandese mi pare. Tutto pieno di specchi e candele. Figo.»
Jake si fermò a guardare quel sorriso per qualche istante e poi voltò di nuovo la testa per osservare la strada. «Poi fammi sapere com’è, magari ci vado pure io.»
«Perché? Hai finalmente trovato qualcuno che ha acconsentito a uscire con te?»
Quella faceva male. Era vero che Jake non aveva relazioni stabili da una vita, né a dire il vero relazioni non stabili, ma il fatto era che passava tutto il giorno con Paul e Paul soddisfaceva, al momento, ogni sua esigenza. Ecco, forse si era adagiato un po’ troppo sulla convinzione che il suo partner potesse bastargli vita natural durante.
«Fanculo,» borbottò in risposta, continuando a guardare fuori dal finestrino.
Quando Paul si fermò davanti ad uno dei bar in cui erano soliti andare a raccogliere qualche informazione, Jake si voltò e lo guardò in silenzio. «Che ci facciamo qui?»
«Tico mi ha chiamato prima. Sai quel Rivera che dicevi? Me ne ha accennato e vorrebbe dirmi un paio di cose. Aspettami qui. Torno subito.»
Jake assottigliò lo sguardo e avrebbe anche ribattuto qualcosa di sarcastico se il suo collega non fosse sceso dall’auto prima che potesse farlo.
E se il mondo non fosse esploso cinque minuti dopo, quando Jake era sceso per raggiungerlo nel vicolo.
~~~°°°~~~

Quando Jake riaprì gli occhi, gli sembrava di avere dei pesi attaccati alle ciglia. Le palpebre erano così pesanti che non riusciva a sollevarle più di un millimetro. Sentiva gli occhi ruotare verso l’interno come se fosse strabico e la spossatezza era incredibile.
Alzare una mano dalla pancia dove era appoggiata, probabilmente, avrebbe richiesto tutta la sua energia visto che sembrava pesare un quintale. La bocca era secca, impastata, e anche i muscoli della mascella sembravano aver subito la stessa sorte di tutto il resto del corpo ed essere diventati improvvisamente troppo difficili da muovere.
La luce era tenue attorno a lui e le voci erano basse, sussurrate.
Finalmente riuscì a fare un suono e in quello stesso istante le voci cessarono. Percepì la presenza di un paio di persone al suo fianco. Una carezza sul viso: sua madre. Una carezza sui capelli: suo padre.
Lottò con tutte le sue forze e riuscì finalmente ad aprire gli occhi, anche se la messa fuoco lasciava molto a desiderare.
«Jake, bentornato.»
Questo era un medico, se il camice bianco e la cartelletta che aveva tra le mani erano degli indizi.
«Cosa mi è successo?» biascicò l’agente corrugando le sopracciglia. «Paul?» chiese subito dopo ricordando la corsa nel vicolo.
Una voce dal fondo della stanza gli fece sollevare il capo. Era il suo capitano.
«Siete stati vittima di un’esplosione,» gli spiegò il capitano Fisher. «Pensiamo che sia stato Rivera. Probabilmente voleva eliminare un po’ di concorrenza e direi che ce l’ha fatta. C’era un raduno di piccoli spacciatori in quel vicolo. Dieci morti e quattro feriti.»
Il cuore di Jake cominciò a battergli forte nel petto. Guardò i suoi genitori, che lo stavano osservando con aria seria e preoccupata, e poi il suo capitano.
«E Paul?»
Il medico intervenne e si avvicinò alla macchinetta collegata a Jake che stava emettendo segnali in sintonia con la sua agitazione.
«Direi che è meglio se lo lasciamo riposare ancora un po’.»
«Paul?» ripeté Jake guardando a turno i presenti nella stanza.
«Agente Malloy, è meglio se ora si riposa. È stato vittima di un’esplosione ed è stato in coma farmacologico per una settimana, quindi…»
«Voglio sapere dove cazzo è Paul!» cercò di gridare Jake, incurante del dolore al petto, alle gambe, alle braccia, alle spalle. Ovunque, a dire il vero.
«Paul non ce l’ha fatta.»
Nelle orecchie iniziò a farsi avanti pericolosamente un ronzio sempre più insistente, campanello d’allarme della perdita dei sensi. La testa gli girava e Jake dovette chiudere gli occhi per recuperare un po’ di razionalità e non cedere al panico e alla disperazione.
«Paul non ce l’ha fatta.» «Paul non ce l’ha fatta.» «Paul non ce l’ha fatta.»
Quella frase gli girava in loop nella mente e il suo corpo aveva preso a tremare, così come il suo cuore aveva iniziato a martellargli nel petto, mandando un segnale preoccupante dalla macchina attaccata al suo petto.
Sua madre e suo padre si avvicinarono rapidamente al letto e il medico fece altrettanto, controllando le funzioni vitali di Jake.
«Si calmi, va tutto bene…»
«Col cazzo che va tutto bene,» gracchiò Jake cercando di deglutire.
Un attimo dopo, dovevano avergli infilato qualcosa nella flebo perché si addormentò di nuovo. Un sonno senza sogni, un sonno buio, nero e profondo.

By Erin

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0 comment

  • mmitalia

    30 aprile 2013 at 15:19

    L’ha ribloggato su M/M Italiae ha commentato:
    Uno stuzzichino in italiano di Erin…

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