Capitolo 1

È essenziale andare d’accordo con il proprio partner. È essenziale e può essere di vitale importanza, soprattutto quando sei un detective della narcotici e ti tocca passare ore, se non giorni, chiuso nell’abitacolo di un’auto con il tuo collega, o in giro in mezzo a gente con cui di certo non passeresti le feste comandate.

La fortuna voleva che Jake Malloy non solo andasse d’accordo con il suo collega, Paul Smith, ma che avesse addirittura intrecciato con lui una relazione – ovviamente clandestina – che poteva alleggerire di molto il carico di stress dovuto alle ore di appostamento. O aggiungerlo. Dipendeva dai giorni, dall’umore di entrambi e dalla merda che erano costretti a vedere.

Jake era gay, Paul no. Jake era single, Paul no.

Paul era sposato da cinque anni con Sabine, una deliziosa dottoressa del Community General. Niente figli, due cani e una bella casa a Beverly Hills. Doveva guadagnare proprio bene, Sabine, visto che lo stipendio di un detective della narcotici non ti faceva certo vivere da nababbo. Eterosessuale fino al momento in cui Jake gliel’aveva preso in bocca, bisessuale dal minuto successivo, Paul era bello, spiritoso, con la faccia e il corpo da surfista, i capelli biondi sempre scompigliati e il sorriso da mascalzone.

Jake era il suo opposto, almeno nei colori. Aveva capelli scuri e occhi scuri, più alto di Paul, fisico da nuotatore, zazzera perennemente negli occhi, faccia poco raccomandabile. Non c’era da stupirsi che riuscisse a confondersi con la feccia quando era necessario. Aveva un senso dell’umorismo un po’ secco e non era la persona più amabile del mondo, ma in fondo aveva un lato tenero. Il problema era riuscire a trovarlo.

La loro relazione era cominciata per caso, appunto durante un lunghissimo appostamento, quando Jake aveva finalmente ammesso l’attrazione che provava per il collega, perché dopo dieci ore in auto con lui, o si faceva una sega o la faceva a lui. Evidentemente Paul non era così etero convinto come pensava di essere perché non appena la zip era calata e la mano di Jake si era infilata nella sue mutande, Paul aveva spalancato la bocca e messo la mano sulla nuca del collega. Segnale internazionale che non stava di certo a significare: “fermati” o “cosa stai facendo?” E così Jake era sceso su di lui e finalmente aveva dato sfogo alle sue fantasie, mentre Paul dava sfogo al suo orgasmo. Da quel momento non si erano più fatti problemi ed erano passati anche a rapporti ben più completi. Se uno dei due aveva voglia, sapeva che l’altro era ben lieto di acconsentire. Non ne avevano mai discusso apertamente, perché parlarne avrebbe inevitabilmente portato a Sabine, quindi era meglio continuare a fare e fingere che tutto fosse normale. Non c’erano paroline dolci tra loro, né un sentimento diverso dall’affetto e dal cameratismo. O almeno questo era ciò che Jake doveva credere, anche perché se si fosse permesso di credere ad altro sarebbe finito con il culo per terra. Paul era sposato e così sarebbe rimasto fino alla fine dei suoi giorni. Ovviamente questo non significava che una parte di lui – quella amabile e nascosta – sperasse in un’Apocalisse che avrebbe ribaltato le sorti.

L’Apocalisse in effetti arrivò, ma non andò come previsto.

~~~°°°~~~

«Non mi piace la roba che sta girando ultimamente,» mormorò Jake guardando fuori dal finestrino. La vita a South LA scorreva come sempre sui marciapiedi: battone, tossici, spacciatori. Tutto nella norma. «Alcuni dicono che sia arrivato un nuovo signore della droga in città, hai sentito?» chiese poi voltandosi a guardare il collega che guidava lentamente, con una mano sul volante e l’altro braccio appoggiato al finestrino, le dita che gli sfioravano le labbra.

«Sì, ho sentito,» rispose Paul senza voltarsi. «Rivera o qualcosa di simile.»

«Eh, come se non ne avessimo abbastanza di traficantes. Cazzo, questo posto pullula! Non pensavo ci fosse spazio per uno nuovo. Dev’essere un bel po’ cazzuto per esser riuscito a inserirsi tenendosi le palle ancora attaccate.»

South LA era una delle peggiori parti di Los Angeles. Il tasso di criminalità era altissimo e le gang erano a ogni angolo di strada. Inutile dire che i morti ammazzati erano un numero spaventosamente alto, anche se, per la maggior parte, si trattava di regolamenti tra bande. Jake non ci perdeva il sonno di certo. Certo, non era bello vedere un ragazzetto con la maglietta di due taglie più grande e i pantaloni con il cavallo che gli arrivava al ginocchio, steso su un marciapiede con un foro in fronte, o in mezzo al petto, ma questi ragazzi sapevano a cosa andavano incontro. Era una scelta ben precisa la loro. South LA era uno schifo e uno schifo sarebbe sempre rimasto. A volte Jake si chiedeva perché diavolo avesse acconsentito a trasferirsi lì e a quella divisione, ma ai tempi gli sembrava una cosa intelligente. Stupido.

La cosa che ora lo stupiva, però, era come questo Rivera fosse riuscito ad arrivare lì, iniziare a spacciare sotto il naso di tutti ed essere addirittura rispettato. I misteri della malavita. E poi, era circondato da uno strano alone di mistero. Jake quasi ridacchiò al pensiero di aver addirittura sentito qualcuno che lo paragonava al famoso Kaiser Soze de I soliti sospetti. Non lo si vedeva mai, si conosceva solo il suo nome, e la gente che lavorava per lui sembrava non saperlo. Sì, faceva molto Soze, in effetti.

«Oh, il turno è quasi finito,» disse Jake guardando l’orologio, riscuotendosi dai suoi pensieri. Si voltò e lanciò un’occhiata al suo partner. Si schiarì la voce e buttò lì con nonchalance: «Che fai? Vai a casa subito o passi da me per una birra?»

Paul si voltò con l’aria un po’ assente e corrugò le sopracciglia. «Oh, no. No, vado a casa subito. Ho promesso a Sabine che stasera l’avrei portata fuori a cena.»

Una punta di delusione si fece sentire nello stomaco di Jake, ma l’uomo annuì come se niente fosse. «Certo, okay. Hai già deciso dove portarla?»

Paul sorrise. «È un ristorante nuovo. Olandese mi pare. Tutto pieno di specchi e candele. Figo.»

Jake si fermò a guardare quel sorriso per qualche istante e poi voltò di nuovo la testa per osservare la strada. «Poi fammi sapere com’è, magari ci vado pure io.»

«Perché? Hai finalmente trovato qualcuno che ha acconsentito a uscire con te?»

Quella faceva male. Era vero che Jake non aveva relazioni stabili da una vita, né a dire il vero relazioni non stabili, ma il fatto era che passava tutto il giorno con Paul e Paul soddisfaceva, al momento, ogni sua esigenza. Ecco, forse si era adagiato un po’ troppo sulla convinzione che il suo partner potesse bastargli vita natural durante.

«Fanculo,» borbottò in risposta, continuando a guardare fuori dal finestrino.

Quando Paul si fermò davanti ad uno dei bar in cui erano soliti andare a raccogliere qualche informazione, Jake si voltò e lo guardò in silenzio. «Che ci facciamo qui?»

«Tico mi ha chiamato prima. Sai quel Rivera che dicevi? Me ne ha accennato e vorrebbe dirmi un paio di cose. Aspettami qui. Torno subito.»

Jake assottigliò lo sguardo e avrebbe anche ribattuto qualcosa di sarcastico se il suo collega non fosse sceso dall’auto prima che potesse farlo.

E se il mondo non fosse esploso cinque minuti dopo, quando Jake era sceso per raggiungerlo nel vicolo.

~~~°°°~~~

Quando Jake riaprì gli occhi, gli sembrava di avere dei pesi attaccati alle ciglia. Le palpebre erano così pesanti che non riusciva a sollevarle più di un millimetro. Sentiva gli occhi ruotare verso l’interno come se fosse strabico e la spossatezza era incredibile.

Alzare una mano dalla pancia dove era appoggiata, probabilmente, avrebbe richiesto tutta la sua energia visto che sembrava pesare un quintale. La bocca era secca, impastata, e anche i muscoli della mascella sembravano aver subito la stessa sorte di tutto il resto del corpo ed essere diventati improvvisamente troppo difficili da muovere.

La luce era tenue attorno a lui e le voci erano basse, sussurrate.

Finalmente riuscì a fare un suono e in quello stesso istante le voci cessarono. Percepì la presenza di un paio di persone al suo fianco. Una carezza sul viso: sua madre. Una carezza sui capelli: suo padre.

Lottò con tutte le sue forze e riuscì finalmente ad aprire gli occhi, anche se la messa fuoco lasciava molto a desiderare.

«Jake, bentornato.»

Questo era un medico, se il camice bianco e la cartelletta che aveva tra le mani erano degli indizi.

«Cosa mi è successo?» biascicò l’agente corrugando le sopracciglia. «Paul?» chiese subito dopo ricordando la corsa nel vicolo.

Una voce dal fondo della stanza gli fece sollevare il capo. Era il suo capitano.

«Siete stati vittima di un’esplosione,» gli spiegò il capitano Fisher. «Pensiamo che sia stato Rivera. Probabilmente voleva eliminare un po’ di concorrenza e direi che ce l’ha fatta. C’era un raduno di piccoli spacciatori in quel vicolo. Dieci morti e quattro feriti.»

Il cuore di Jake cominciò a battergli forte nel petto. Guardò i suoi genitori, che lo stavano osservando con aria seria e preoccupata, e poi il suo capitano.

«E Paul?»

Il medico intervenne e si avvicinò alla macchinetta collegata a Jake che stava emettendo segnali in sintonia con la sua agitazione.

«Direi che è meglio se lo lasciamo riposare ancora un po’.»

«Paul?» ripeté Jake guardando a turno i presenti nella stanza.

«Agente Malloy, è meglio se ora si riposa. È stato vittima di un’esplosione ed è stato in coma farmacologico per una settimana, quindi…»

«Voglio sapere dove cazzo è Paul!» cercò di gridare Jake, incurante del dolore al petto, alle gambe, alle braccia, alle spalle. Ovunque, a dire il vero.

«Paul non ce l’ha fatta.»

Nelle orecchie iniziò a farsi avanti pericolosamente un ronzio sempre più insistente, campanello d’allarme della perdita dei sensi. La testa gli girava e Jake dovette chiudere gli occhi per recuperare un po’ di razionalità e non cedere al panico e alla disperazione.

«Paul non ce l’ha fatta.» «Paul non ce l’ha fatta.» «Paul non ce l’ha fatta.»

Quella frase gli girava in loop nella mente e il suo corpo aveva preso a tremare, così come il suo cuore aveva iniziato a martellargli nel petto, mandando un segnale preoccupante dalla macchina attaccata al suo petto.

Sua madre e suo padre si avvicinarono rapidamente al letto e il medico fece altrettanto, controllando le funzioni vitali di Jake.

«Si calmi, va tutto bene…»

«Col cazzo che va tutto bene,» gracchiò Jake cercando di deglutire.

Un attimo dopo, dovevano avergli infilato qualcosa nella flebo perché si addormentò di nuovo. Un sonno senza sogni, un sonno buio, nero e profondo.

Capitolo II

Riprendersi dalle gravi ferite che aveva riportato fu più lungo e difficile di quanto Jake non avesse messo in conto. Il suo carattere, già abbastanza difficile, fu messo a dura prova e il fatto di aver perso il suo collega e amante e non aver nemmeno potuto presenziare al funerale non migliorò le cose.

Sua madre e suo padre si alternavano in ospedale, nonostante lui insistesse di non aver bisogno di loro. Da un lato era vero, ormai era fuori pericolo e poteva benissimo pensare a se stesso, dall’altro lato, però, era psicologicamente fragile, e avere qualcuno che lo distraesse e sviasse i suoi pensieri da ciò che era successo era una buona cosa.

Il capitano Fisher era passato un paio di volte, così come avevano fatto anche gli altri colleghi del distretto. C’era stato cameratismo sì, ma davanti a Jake sembrava che camminassero tutti in punta di piedi, come se fosse un cazzo di fragile vaso in procinto di frantumarsi in mille pezzi. Soffriva, certo. La perdita di Paul non era facile da accettare – e non era ancora detto che l’avrebbe fatto – ma odiava vedere gli sguardi sfuggenti che i suoi colleghi si scambiavano quando erano ai piedi del suo letto.

«Voglio sapere quando mi fate uscire di qui,» ringhiò al dottore che lo stava visitando. Lo stesso dottore che aveva visto quando aveva aperto gli occhi la prima volta. «È già passata una settimana e ho bisogno di andarmene di qui,» rincarò quando notò l’occhiata placida del medico.

«Jake, io capisco che voglia uscire, ma è saltato letteralmente in aria con l’esplosione. Le abbiamo asportato la milza e ha due costole rotte. Per non parlare del trauma cranico e della frattura del radio.»

«Niente che non possa gestire fuori da qui,» ribatté Jake facendo spallucce. «Vi conviene lasciarmi andare prima che cominci a spaventare le infermiere mostrandogli i gioielli di famiglia o a sbraitare loro contro.»

«In tal caso la trasferiremmo in psichiatria,» rispose calmo il dottore segnando qualcosa sulla cartelletta.

Jake sbuffò e si lasciò andare contro i cuscini, alzando gli occhi al cielo. Non ce la faceva davvero più a stare lì. Voleva tornare sulla strada, voleva indagare su quello che era successo e capire chi avesse compiuto la strage che gli aveva strappato il suo collega. E il suo amante.

Sentì un’improvvisa voglia di piangere ma chiuse gli occhi e serrò la mascella, dicendosi che non sarebbe servito a niente e che avrebbe avuto modo e tempo di farlo quando avrebbe risolto il caso. Caso che, ovviamente, sapeva di non poter seguire. Il capitano gliel’aveva già fatto capire in molti modi. Era un caso federale e loro non solo non erano dell’FBI, ma non erano nemmeno della Omicidi. Il fatto che fosse coinvolto un agente poi, rendeva il tutto più complicato, e Jake non poteva permettersi di incasinare le cose con gli Affari Interni. Lo sapeva e non voleva che accadesse niente del genere, ma da lì a essere convinto di starsene buono in un angolo ce ne passava.

«Scherzi a parte, dottore. Quando potrò uscire da qui? Mi sta venendo la bava alla bocca.»

Il medico ridacchiò mentre eseguiva la routine controllandogli i parametri vitali e tutto ciò che era connesso alle sue ferite.

«Penso ci vorrà ancora qualche giorno. Dev’essere paziente.»

«Non sono mai stato paziente in vita mia,» ringhiò Jake sbuffando infastidito.

«Chissà perché, le credo sulla parola,» ridacchiò il medico.

Jake gli scoccò un’occhiataccia. Un simpaticone, proprio.

«Malloy, non hai ancora finito di appestare questo povero dottore?»

La voce del capitano attirò l’attenzione di Jake, che si voltò verso la porta, dove la mole imponente di Fisher riempiva buona parte della soglia.

Quando il capitano si fece avanti, alle sue spalle spuntò una testa bionda e il cuore di Jake smise di battere per un istante. I capelli di Paul…

E quando la testa si scostò, il respiro di Jake si fece accelerato. Dio, come assomiglia a Paul…

Il medico si voltò e corrugò la fronte, guardando preoccupato il suo paziente. «Va tutto bene?» chiese auscultando il petto di Jake.

Lui annuì in risposta e si leccò le labbra aride, cercando di sorridere al suo capo, lanciando occhiate furtive allo spilungone accanto a lui, che non conosceva ma che  già gli creava problemi. Chi cazzo era?

«Malloy, volevo aspettare che rientrassi alla centrale per parlartene, ma anch’io ho dei superiori, che a quanto pare hanno il pepe al culo. Vogliono che riporti le mie squadre in azione il prima possibile – lo so, sono dei bastardi senza cuore, ma Rivera ha fatto girare i coglioni a molte persone – e così sono qui per presentarti il tuo nuovo collega. Sebastian Craig.»

Jake sbatté le palpebre e fissò per un po’ il capitano prima di lanciare un’occhiata a Sebastian che alzò la mano e mosse le dita in segno di saluto. La somiglianza con Paul gli faceva male al cuore e gli faceva venire la nausea. Che scherzo di merda era?

«È una battuta, vero?» gracchiò Jake stringendo le lenzuola nei pugni. «Non ho bisogno di un nuovo collega, capo. Ho solo bisogno di uscire di qui!»

Sebastian abbassò lo sguardo e non disse nulla. Mossa intelligente. Jake non era del tutto certo che avrebbe potuto sopportare un’altra somiglianza con Paul, se anche la sua voce fosse stata simile.

«Lo decido io di cosa hai bisogno, Malloy. Per ora, hai bisogno di rimetterti in sesto, poi avrai bisogno di un periodo di riposo e una bella serie di sedute dallo psicologo. Poi, quando deciderò che sei sceso a un livello accettabile di autolesionismo, ti riprenderò alla centrale. E farai coppia con Craig. È un novellino, ma per quanto breve, ha un curriculum impressionante. Lavorava nel Bronx. Penso che pochi mesi lì siano come alcuni anni in un bel quartiere calmo e lussuoso. Che dici?»

«Come se gliene fregasse un cazzo di quello che penso,» bofonchiò Jake.

«Prego?» chiese Fisher aggrottando la fronte.

Jake sospirò e scosse la testa. «Niente, niente. Ok. Vedremo.»

«No, Malloy. La democrazia esiste, ma non all’interno delle forze dell’ordine. Quindi non c’è un vedremo, ma c’è un ‘sì, signore’.»

Fisher non era male come capo, peccato che quando Dio aveva distribuito la sensibilità, lui doveva essere al cesso.

~~~°°°~~~

«Sembra che oggi ti dimetteranno,» esordì Sebastian entrando nella stanza di Jake con un bicchiere di Starbucks in mano, i soliti capelli arruffati, i jeans larghi e la maglietta dall’ampio scollo che gli stava come sempre un po’ di traverso e mostrava una parte di pettorale e la catenina lunga che scendeva a nascondersi sotto la stoffa. Non aveva proprio niente del poliziotto.

Jake gli scoccò un’occhiataccia, lasciando scivolare le gambe dal letto per mettersi seduto. Erano passati cinque giorni dal momento in cui Fisher gli aveva presentato il suo nuovo collega, ma l’accettazione della cosa, da parte di Jake, era ancora ferma a livello zero. C’era da ammettere che il ragazzo era tosto e non si perdeva d’animo. Sembrava non notare neppure l’impegno che il suo nuovo collega ci metteva per ignorarlo.

Dal primo giorno, Sebastian era passato a trovare Jake tutti i giorni, a volte la mattina a volte a fine turno, per raccontargli un po’ come stavano andando le cose senza di lui e anche per cercare di conoscerlo meglio. Non che avesse avuto molto successo visto che Jake Muro di Gomma Malloy continuava a esprimersi a monosillabi e non faceva altro che ringhiare qualche parola qua e là. E per fortuna che la voce di Sebastian non aveva niente a che fare con quella di Paul, altrimenti era improbabile che non ne avrebbe tollerato la presenza.

A volte Sebastian si lasciava sfuggire qualcosa riguardo alle indagini in corso, ma Fisher era stato molto chiaro sul ‘non coinvolgere Malloy’, quindi limitava le informazioni al minimo, cosa che irritava ancora di più il suo nuovo collega.

«Era ora, cazzo,» ribatté Jake alzandosi da letto e rimettendosi subito seduto quando si ricordò di essere quasi chiappe al vento. Il camice era aperto sul retro e quelli che indossava quella mattina non erano di certo gli slip più coprenti del pianeta.

La risatina di Sebastian lo fece girare con la velocità di un crotalo. «Che c’è da ridere?» sibilò.

Sebastian alzò le mani in segno di resa e scosse il capo. «Niente, non pensavo che fossi così pudico. Di certo a parole non lo sei. Non credevo che mostrare il sedere – oltretutto debitamente coperto – ti potesse creare dei problemi. O c’è qualcuno qui che ha attentato alla tua virtù?» ridacchiò Sebastian lasciandosi cadere pesantemente sulla sedia accanto al letto.

Jake stava per rispondergli per le rime quando gli venne in mente Paul, visto che ultimamente la virtù di Jake era in mano sua. Aggrottò la fronte e chiuse la bocca, voltando il viso in modo da nasconderlo al nuovo collega. Gli faceva male pensare a Paul, nonostante cercasse di fare del suo meglio per superare la perdita.

A Sebastian non sfuggì quella reazione e chinò il capo di lato. «Ehi, ho detto qualcosa che non va?» chiese con delicatezza, muovendosi come se fosse in procinto di alzarsi.

«No e resta lì,» mormorò Jake chiudendo per un attimo gli occhi. «Va tutto bene, mi faceva male un po’ il braccio.»

Non era certo che Sebastian se la fosse bevuta, ovviamente, ma almeno il suo nuovo collega non insistette. Forse aveva capito che era già tanto che Jake gli rivolgesse due parole in croce, non era il caso di esagerare e non riuscire a ottenere più nemmeno quelle. E magari finirci lui in croce.

«Il gesso quando lo toglieranno?» chiese il nuovo agente, probabilmente cercando di cambiare discorso.

«Ancora due settimane, come minimo. Ne ho le palle piene,» rispose Jake alzandosi di nuovo dal letto e restando in una posizione che gli permettesse un minimo di decenza mentre cercava gli abiti nell’armadietto, anche se con un braccio ingessato non era facile.

«Lascia, faccio io,» mormorò Sebastian che si era materializzato improvvisamente al suo fianco. Quanto cazzo era alto? Jake sollevò appena il capo e si ritrovò a fissare il profilo del collega. Paul era più basso di lui e quindi più basso di Sebastian e Jake non era abituato, dall’alto del suo metro e ottantacinque, a dover sollevare il capo per guardare da vicino un’altra persona.

«Guarda che non sono invalido, ce la posso fare anche da solo,» ribatté distogliendo lo sguardo dal collega.

«Per quanto sia carino il modo in cui ti ostini a voler fare il duro, mi spiace darti una delusione ma al momento invalido lo sei sul serio. Quindi mettiti lì buono buono e lascia fare a me.»

Mordendosi la lingua per non ribattere al fatto che Sebastian lo avesse definito ‘carino’, Jake grugnì e tornò a sedersi sul letto, osservando il collega che toglieva le sue cose dall’armadietto e le sistemava sul letto e sulla sedia.

«Ti conviene chiamare i tuoi genitori, prima che passino a trovarti e non ti trovino,» iniziò a dire Sebastian, aprendo il borsone che la madre di Jake aveva portato pochi giorni prima con il cambio della biancheria.

«Lo farò appena sarò pronto,» rispose Jake prendendo dei vestiti e avviandosi verso il bagno.

«Ti serve una mano per lavarti?» chiese Sebastian con noncuranza.

«Stai scherzando, vero?» ribatté Jake sbattendo le palpebre. «Cosa sei? Un’infermiera mancata? O sei rimasto impressionato dal mio culo perfetto?»

Sebastian alzò la testa dalla borsa e guardò il collega come se avesse parlato ostrogoto. «A dire il vero avrei chiamato qualcuno per aiutarti. Io non… non avevo messo in conto…»

Cazzo, che gaffe.

«Ovvio, certo, era una battuta,» si affrettò a interromperlo Jake mentre fuggiva in bagno alla massima velocità consentita a un invalido come lui.

Così facendo si era perso l’accenno di rossore che era comparso sulle guance del collega, ma in compenso la sua immagine riflessa nello specchio gli rimandava tutto il suo di rossore.

Quando Jake finalmente uscì dal bagno, Sebastian era seduto sulla sedia con la borsa ai suoi piedi, più silenzioso del solito.

Beh, se per farlo stare zitto doveva fare delle gaffe, forse poteva fare quel sacrificio.

2 comments

  • babyve310

    29 ottobre 2013 at 21:22

    Ok primi due capitoli…. assolutamente fantastici ……. 🙂

    1. Erin

      30 ottobre 2013 at 7:30

      *.* Grazie mille!

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