Dicembre 1944

 

Lui è uno di quelli duri. Di quelli sempre seri che se ne stanno un po’ in disparte. È uno di quelli che non ha legato moltissimo, nonostante viviamo tutti gli uni per gli altri e non ci sia quasi più spazio per la privacy nel nostro mondo. Siamo insieme e siamo soli allo stesso tempo, ma il nostro compagno di buca è la persona più vicina a noi, più vicina di un famigliare o di un amante. Noi mettiamo le nostre vite nelle mani dei nostri compagni e questo è un legame che va al di là di ogni definizione.

Solo che lui non è nella mia buca, ovviamente. Si chiama Joe Rafferty. Raff per gli amici. Se ne sta in una buca a dieci metri dalla mia insieme a Hay. Hay lo chiamiamo così perché soffre di febbre da fieno, o almeno è ciò che ci ha raccontato. Qui ci si gela il culo nella neve, quindi di fieno non c’è nemmeno l’ombra. Hay è anche un gran chiacchierone e più di una volta abbiamo dovuto gridargli di chiudere quella cazzo di bocca, soprattutto di notte, quando la tensione per la paura dei bombardamenti è più alta, perché il buio rende tutto più indistinto e trasforma anche i visi amici in possibili nemici. Mi viene un po’ da ridere a pensare a Raff in buca con Hay. E un po’ mi stupisco che non gli abbia ancora sparato. Non avrebbe potuto esserci coppia peggio assortita.

Ogni tanto mi è capitato di parlare con Raff e ammetto che più di una volta ho cercato una scusa pietosa per avvicinarmi a lui, anche solo per chiedergli una sigaretta, o per sapere se condividesse con me il pensiero che questa guerra sembri non finire mai. Nonostante il freddo, quei momenti sono stati gli unici che mi hanno fatto sentire un gradevole tepore, che mi hanno risvegliato le estremità. Tutte le estremità. Anche quella che col freddo corre a nascondersi. E devo dire che è stato un po’ imbarazzante sapere di stargli vicino con un’erezione che sembrava una meridiana che indicava le ore, ma ero comunque coperto dal giaccone ingombrante, quindi non c’era pericolo che gli altri se ne accorgessero, e lui nemmeno.

Non mi faccio illusioni. Non ho mai sentito uno di noi ammettere che gli piacciono gli uomini e penso che non accadrà mai, anche se ho la vaga impressione di non essere l’unico qui che si sente attratto da un commilitone. E di sicuro non mi illudo che possa, proprio lui, nella remota possibilità che sia omosessuale, essere interessato a me. Non sono particolarmente bello, né alto, né muscoloso. Sono normale, tutto nella media, capelli castani e occhi castani. Naso piccolo e bocca piccola. Lui invece è bellissimo. Così alto, forte, con quello sguardo profondo e scuro, quei capelli neri e ribelli. O almeno, lo è per me. Mi chiedo quante donne ansiose di compiacere i soldati siano riuscite a far brillare quegli occhi color carbone. Nelle città se ne trovano tante: ti si avvicinano come gatte sensuali e ti prendono a braccetto prima che tu te ne renda conto. Spesso, nei pub, ho visto i miei compagni salire le scale verso stanze gentilmente offerte dai proprietari riconoscenti agli Alleati. Io ho usato mille scuse per declinare l’invito, comprese le piattole. Devo dire che quella volta è stato tremendamente umiliante.

Qui fa freddo, nevica, c’è il gelo.  Il vero e proprio gelo. Quello che ti si infila come aghi sotto la pelle, quello che ti intorpidisce le membra e rischia di farti amputare un piede se sei così disgraziato da bagnarti i calzini. Non riesci nemmeno a farli asciugare perché fa un freddo cane, e la neve continua a scendere. Il naso ormai non sai nemmeno di averlo. È un’appendice che ogni tanto ti torna in mente quando ti dicono che ti sta colando e che è il caso di pulirlo, anche se, la maggior parte delle volte, il gelo ghiaccia pure il moccio.

Domani sarà Natale e ci hanno comunicato che lo passeremo qui. Che bella notizia. Non siamo tanto distanti da un centro abitato, ma siamo bloccati in questo bosco in Belgio a fare da prima linea per spingere indietro i crucchi e riuscire a prendere la città che vediamo al di là dello spiazzo oltre il limitare del bosco. Speravo che almeno domani potessimo stare in qualche taverna a bere del vino caldo speziato. E invece no.

Io sono solo nella mia buca, almeno per ora. Il mio compagno è stato ferito ed è al campo, in una tenda insieme ad altri poveri cristi che sono rimasti colpiti e magari anche mutilati, ma che hanno ancora la fortuna di essere vivi.

Sospiro e tiro su con il naso, stringendo il mio M1 con entrambe le mani, mentre lo tengo dritto tra le mie gambe, anche se vibra un po’ perché continuo a tremare. Che cazzo di freddo! Giuro che, quando la guerra sarà finita, mi costruisco una capanna su una spiaggia in qualche isola sperduta ai Tropici!

Guardo in alto e vedo i fiocchi che scendono e mi offuscano la vista quando si impigliano fra le ciglia. La neve sarebbe pure bella se non fossimo in guerra, non fossimo in prima linea, non fossimo nelle buche e all’addiaccio. Mi tiro l’elmetto un po’ più giù e passo il dorso della mano sotto il naso.

Qualcosa mi batte sulla spalla e sussulto sollevando il capo e facendo quasi volare l’elmetto all’indietro.

Mi ritrovo a fissare un paio di occhi scuri e impassibili. È lui, Raff. Sono contento di trovarmi sull’orlo dell’assideramento in questo momento, perché così le mani che tremano possono passare per una conseguenza del gelo mentre le allungo per prendere ciò che mi sta offrendo: è un pezzo di cioccolata.

«Uhm… come mai?» chiedo passando gli occhi dal cioccolato a Raff, battendo un po’ i denti. «E cosa ci fai fuori dalla buca?»

«Mi scappava da pisciare.»

Beh, quello sì che era un problema. Se eri in grado di trovartelo sotto strati di vestiti nemmeno troppo pesanti, ti andava bene se riuscivi a farla senza che ti si staccasse dal freddo.

«Ma questa?» gli chiedo mostrando la cioccolata.

«Preferisci che la dia a Hay?» ribatte senza cambiare espressione.

«Oh, no, no. Anzi, grazie. È che non me l’aspettavo, tutto qui.» Mi affretto a infilare la cioccolata sotto la giacca. Non sia mai che pensi che voglio rifiutare un suo regalo. O che non gli riconosca l’importanza che merita.

«Non la mangi?»

Sorrido, perché non capisco cosa Raff voglia da me, ma mi piace tantissimo che sia qui a parlarmi, e ancora di più mi piace che mi abbia regalato della cioccolata. Mi sembra di essere una ragazzina che si emoziona perché il più bello della scuola le ha regalato un fiore. Ma la cioccolata è preziosa per noi, soprattutto con questo freddo, e per me la sua cioccolata lo è ancora di più.

«La mangerò domani. È Natale. Non c’è un cazzo con cui festeggiare qui. Saremo in questo buco gelido a farci intirizzire le chiappe anche nel giorno della nascita di nostro Signore. Penso che un po’ di cioccolata sia un ottimo modo per migliorare la giornata.»

Raff sembra convinto della mia risposta e io devo essere idiota, o forse il cervello mi ha abbandonato atrofizzandosi fino a diventare una molecola di acqua ghiacciata, perché aggiungo: «E poi è un tuo regalo, non mi va di sprecarlo.»

Non sono certo che mi abbia sentito. O forse sì, ed è per questo che sta marciando nella neve come se avesse un crucco alle costole. Sospiro. Cosa mi è saltato in mente di dire una cosa simile? Il freddo sta ottenebrando la mia capacità di giudizio. Se mai l’ho avuta. È che lui mi piace. Tanto. Dal primo momento in cui l’ho visto, il giorno in cui abbiamo iniziato l’addestramento. Da quando ci siamo lanciati nei cieli senza stelle della Normandia.

 

***

 

Ormai è buio e, mentre me ne sto rannicchiato nella buca, penso a quando festeggiavo la Vigilia di Natale a casa con i miei. Non ero mai particolarmente entusiasta della cosa, né delle abbuffate, né del doversi vestire bene, né della Messa di mezzanotte, ma non so cosa darei per essere a casa in questo momento. Mi sento così solo ora, come se questa festività uccisa sul nascere amplificasse il peso della solitudine.

Infilo la mano nella tasca interna del giaccone e sfioro con la punta delle dita la cioccolata che mi ha dato Raff, allungando il collo per guardare verso la sua buca, chiedendomi cosa stia facendo, cosa stia pensando, immaginandomi i suoi occhi neri che scrutano la notte innaturalmente chiara per via della neve.

Un attimo dopo, il mondo esplode.

 

***

 

Penso che il tutto sia durato non più di due minuti, ma sono sembrate due ore. Le orecchie fischiano, la testa mi gira ed esco dalla buca barcollando e guardandomi attorno, cercando i miei compagni, tentando di sentire le loro voci. Devo capire se qualcuno ha bisogno d’aiuto. Nell’aria c’è odore di polvere da sparo, di schegge fumanti, di alberi carbonizzati, anche di pelle e capelli bruciati, di sangue e di escrementi. Sento qualcuno chiamare il dottore. Sento qualcun altro lamentarsi. Raff? È la prima cosa che mi viene in mente. Il primo colpo di mortaio si è abbattuto vicino alla sua buca!

«Sta’ giù, Mitchell, porca puttana!»

Faccio appena in tempo a sentire la voce che un corpo mi vola addosso e mi ributta dentro la buca.

«Che cazzo stavi facendo?!» È Raff, e mi guarda con occhi selvaggi, urlandomi contro, anche se non so bene perché. Sono stordito dal bombardamento e scioccato che lui sia qui. Non capisco come sia possibile e come sia arrivato tanto in fretta. «Cristo, ti sembra il modo di uscire allo scoperto? E se stanno aspettando che andiamo a prendere i feriti per darci un’altra botta? Che cazzo ti dice la testa?»

Il suo alito mi schiaffeggia il viso e, nonostante tutto, posso solo essere contento che sia vivo. Continua a gridarmi contro ma il sollievo è troppo grande per non essere felice.

«E che cazzo è quel sorrisetto? Perdio, Mitchell, tu sei tutto suonato!» conclude lasciandomi andare. Non mi ero reso conto che stavo addirittura sorridendo. Dio, devo essergli sembrato un coglione. O avrà pensato che sono uscito di testa. Questo accade a tanti, purtroppo. Mi accorgo solo in quel momento che mi ha tenuto il giaccone per il bavero per tutto il tempo, scuotendomi forse un po’ più del dovuto. Probabilmente è per quello che mi sento più stordito di prima. La sua vicinanza che mi intossica invece no, non la voglio nemmeno prendere in considerazione.

Raff si butta a sedere di fianco a me e si passa una mano sul viso, spingendosi indietro l’elmetto.

«Stai bene?» riesco a dire con voce un po’ roca, dopo secondi che mi sono sembrati eterni. Mi serviva un po’ di tempo per recuperare voce e respiro. E lucidità.

Lui si volta di scatto. «Se sto… certo che sto bene, cretino!»

Il silenzio ci circonda per un po’, per un po’ troppo a dire il vero, quasi si sia affezionato a noi. Permane. Così come Raff rimane nella mia buca. E io non so che dire. Riesco solo a guardarlo, e a respirare. Passerei più inosservato se il gelo non materializzasse una nuvoletta davanti a me a ogni respiro.

Qualche minuto dopo, il Capitano Singer vola sulla neve e guarda in basso verso di noi. «Tutto bene voi? Hay?»

Annuisco e mi stringo nel giaccone. Raff grugnisce. «Hay sta bene. Invece lo scemo qui era uscito a farsi un giretto panoramico.»

Singer picchia sulla spalla di Raff. «Per fortuna ci sei tu a fargli da angelo custode, eh? Beh, non muovetevi di qui. Meglio non rischiare. E tu, Mitchell, non fare più il brillante, okay?»

Quando il Capitano Singer si allontana gattonando nella neve, chiamando altri compagni, verificando lo stato di salute di tutti, le voci si allontanano e io fisso il profilo di Raff, che guarda intento davanti a sé, le mani nascoste sotto le ascelle per scaldarsele. Non che serva a molto. A volte le piaghe da freddo arrivano lo stesso.

Io sto bene, lui sta bene, Hay sta bene. Chi è rimasto ferito lo saprò ben presto, ma al momento non riesco a smettere di fissare il profilo di Raff e a pensare alle parole del capitano.

Il fiato esce anche a lui in nuvolette bianche e dall’elmetto tirato indietro sfuggono delle ciocche nere e umide. Sto cercando di racimolare il coraggio necessario per chiedergli quello a cui sto pensando da un paio di minuti quando lui si volta e mi guarda.

«Ti si è congelata la lingua, per caso? Pensi che non veda che mi fissi? Se vuoi parlare, parla.»

Farfuglio. Farfuglio come una maledetta ragazzina. Sempre quella del fiore.  «Io… no, è che… vorrei chiederti cosa ci fai qui e…»

«Ti do fastidio?»

«Oh, no. Figurati! No!» Scuoto il capo con così tanta forza che la testa mi gira sotto l’elmetto quasi immobile, dando l’idea di essere uno spremiagrumi umano.

«Quindi?»

«Niente. Sono solo sorpreso di vederti qui. E ti ringrazio molto anche per avermi… uhm… salvato?»

«Non ti ho salvato, ma dovresti stare più attento.»

Le sue ultime parole sono intrise di severità. Credo sia dovuto al fatto che ha perso il suo migliore amico durante i primi giorni di questa orribile guerra. Nonostante sia un pensiero quasi vergognoso, non posso fare a meno di sentirmi contento che si preoccupi per me.

«Ero stordito. Non mi sono nemmeno reso conto di essere uscito,» dico giusto per dare una giustificazione che non ha granché senso.

«Ma l’hai fatto. Devi smetterla di sognare a occhi aperti o di prendere questa guerra sottogamba.»

Sognare a occhi aperti?

«Ehi!» gli dico voltandomi di scatto. «Non sono un ragazzino e non sono uno stupido! Non è che tutti i giorni mi capita di mettermi a fare da bersaglio a un mortaio! E tu cosa ci facevi in giro, allora, eh?»

Mi guarda con così tanta intensità che ho paura che i suoi occhi possano perforarmi da parte a parte.

E poi mi tornano in mente le parole del capitano. Per fortuna ci sei tu a fargli da angelo custode, eh?

Oh.

Raff non risponde e posso vedere chiaramente il muscolo della mascella guizzare mentre serra e rilascia i denti più volte.

«Tu… cioè, eri venuto a controllare… me

Si alza così rapidamente che fa volare neve ovunque. Mi guarda dall’alto e si infila una sigaretta in bocca. «Vedi di non fare altre sciocchezze. Ce la fai?» dice prima di saltare fuori dalla buca e sparire rapido nella foschia.

 

***

 

È calato il buio e per fortuna non ci sono state rappresaglie. Sono riuscito a camminare un po’ per sgranchirmi le gambe, anche se detesto non poter fumare la sera mentre cammino. Dicono che anche solo la cicca accesa di una sigaretta può rivelare la tua posizione. In guerra non si dorme mai davvero. Né si abbassa mai la guardia. È talmente stancante.

Ormai dev’essere quasi mezzanotte, o forse è anche passata. Oggi è stata una giornata pesante. Alla fine due di noi sono rimasti feriti, ma per fortuna nessuna perdita. Mi piace pensare che ci sia un po’ di magia residua in questa gelida Vigilia di Natale.

Me ne torno nella mia buca tutto solo e sorrido nel buio. Raff ha ragione nel dire che sogno a occhi aperti – e mi inquieta il fatto che l’abbia capito –, ma è difficile per me ignorare i suoi atti di gentilezza, soprattutto perché sono rari. E a quanto pare… tutti per me.

«Smettila,» mi rimprovero ridacchiando. Spero che arrivi presto qualcuno a condividere la buca con me prima che impazzisca del tutto e continui a parlare da solo. E poi mi viene in mente il suo regalo. Sfilo il pezzo di cioccolato avvolto nella carta stagnola e ne libero un angolo, staccandone un pezzo con i denti. Mi metto le dita davanti alle labbra per trattenere un gemito di piacere e sorrido come uno scemo al buio. È buonissima. È ancora più buona perché è sua. «Grazie, Raff,» mormoro masticandola con gusto.

«Prego.»

La sua voce mi arriva così vicina che per un attimo sto per infilzarlo con la punta baionetta. «Ma che cazzo fai? Sei impazzito? Volevi morire?»

Raff scivola di nuovo nella mia buca e mi porge la mano, il palmo rivolto verso l’alto.

Io la osservo, poi risalgo ai suoi occhi. «Cosa vuoi?»

 

«Cioccolata. È passata la mezzanotte. Festeggiamo. Buon Natale.»

Arriccio il naso. «Buon Natale. Ma l’hai regalata a me.» Come sono maturo.

«C’è da dire che sei generoso.»

Lo guardo ancora per alcuni istanti e poi sbuffo, piazzandogli la cioccolata sulla mano. Raff sorride.

Raff. Sorride.

E per fortuna che sono anchilosato nella buca, perché sono più che certo che altrimenti le mie gambe mi avrebbero tradito e mi sarei ritrovato con il culo nella neve.

«Mi bastava un pezzettino,» dice lui mentre io ancora ho lo sguardo fisso sulle sue labbra arricciate verso l’alto. Prende un pezzo di cioccolata, poi la mia mano, me la gira, ci rimette la barretta, e comincia a mangiare il suo pezzo.

Io seguo i movimenti della sua bocca come se fossi Rossella O’Hara davanti a Rhett Butler. Poi sospiro, cercando di non farmi udire perché mi sento già abbastanza ridicolo così. Stacco un altro pezzetto di cioccolata e me la metto in bocca.

«Hai abbandonato Hay,» mormoro per riempire il silenzio, perché ho paura che, se non dico qualcosa di innocuo, potrebbero uscirmi dalla bocca cose sdolcinate e pericolose. Il Natale mi ha sempre fatto sentire più in sintonia con il mio lato romantico. Non che abbia nessuno con cui o per cui essere romantico. Avevo un amico, a casa, a New York, ma niente di più. Niente grandi storie d’amore.

Quando Raff si gira, lo percepisco perché torce proprio tutto il busto per guardarmi. «Spiegami un po’. Vorrei davvero capire se ti do fastidio o cosa.»

Sbatto le ciglia e non capisco le parole che escono dalla sua bocca. Che eresia è mai questa? Perché mai dovrebbe darmi fastidio? È ubriaco per caso?

«Non mi dai fastidio,» mi assicuro di dire perché sia chiaro una volta per tutte.

«Ogni volta che passo da te, mi chiedi cosa ci faccio qui. In effetti, l’hai fatto tre volte su tre.» Mi guarda serio, come se fosse davvero interessato alla risposta, quindi capisco che ha davvero frainteso la situazione. E come spiegarla, però?

«Non mi dai fastidio, davvero,» ripeto ficcandomi in bocca un pezzo enorme di cioccolato, sperando che mi faccia sembrare abbastanza idiota da fare pendant con la mia frase successiva. «Solo che tu per me sei… Dai, su, lo sai che sei il duro della compagnia. Non è che la gente attorno a te si senta esattamente a proprio agio.»

Penso che il gelo abbia ibernato il lato di me che si sente romanticamente in sintonia con il Natale, perché forse, considerando ciò che vedo passargli nello sguardo, una baionettata nello stomaco sarebbe stata meno dolorosa.

«Beh, grazie della schiettezza.» Mi ruba un altro pezzo di cioccolato e torna a girarsi e a guardare davanti a sé, senza aggiungere altro, lasciando che il silenzio torni a infiltrarsi tra noi. «Magari ritorno da Hay. Non è il massimo della compagnia, ma almeno non si sente a disagio vicino a me.»

Alzo gli occhi al cielo e sbuffo, affrettandomi poi a dire: «Ho sbuffato per me, non per te, giuro.» Raff mi guarda serio e, se avessi un muro, ci sbatterei la testa contro. «Per favore, resta. Davvero, mi fa piacere.»

Non riesco a leggergli dentro, non riesco a capire perché mi voglia stare vicino, se è per simpatia, per cameratismo, perché gli faccio pena, perché Hay è noioso… non lo so. Non posso permettermi il lusso di pensare che sia qui perché gli interesso. Non posso fargli capire che mi interessa. Non posso rischiare di essere io quello che si prende una baionettata nello stomaco. Raff è imperscrutabile. Ci sono uomini che riesci a capire e, quando sei un omosessuale, devi imparare a farlo per forza, perché non puoi correre il rischio di indugiare con lo sguardo sulla persona sbagliata.

«Hai qualcuno che ti aspetta a casa?» mi chiede lui dopo alcuni istanti di silenzio teso.

Scuoto il capo. «No, nessuno a parte i miei genitori.»

«Nessuna ragazza, quindi?»

Vorrei ridere, davvero, ma la mia mente è troppo concentrata su come fargli capire ciò che vorrei fargli capire. Scuoto di nuovo il capo.

Sento il suo sguardo fisso su di me e non posso fare a meno di girarmi. Okay, mi sta guardando come se mi volesse divorare vivo. Non mi ha mai guardato così, mai. Il battito mi schizza alle stelle quando aggiunge: «Non ti sei mai appartato con nessuna donna da quando siamo arrivati in Europa.»

Oh, cazzo cazzo cazzo cazzo. Ha capito. Per forza. Altrimenti non mi avrebbe fatto notare la mia scarsa attività sessuale. Da quanto mi sta tenendo d’occhio? L’unica speranza è che, se mi sta controllando da tanto tempo e ha capito le mie tendenze, la cosa non gli dia troppo fastidio, altrimenti non sarebbe qui con me. Non mi avrebbe regalato della cioccolata…

A tale proposito, mi inumidisco le labbra e ne prendo un altro pezzo, rompendolo con dita tremanti, scuotendo il capo per rispondergli, prima di metterlo in bocca. Sto masticando quando il suo dito mi tocca il mento. Mi paralizzo e inizio a respirare così rapidamente che il fiato che mi esce in nuvolette sembra la scia di un treno a vapore.

«Nemmeno io,» dice piano, e io mi sento a metà strada tra il morire stecchito e il morire lentamente. «Guardami, Mitchell.»

Non posso far altro che obbedire alla sua richiesta e di nuovo trovo quello sguardo famelico e caldo che mi scruta.

«Nemmeno io,» ripete fissandomi, e non c’è modo che io non capisca cosa intende dire, cosa nasconde dietro quelle due parole.

Mi manca l’aria, ma improvvisamente non fa più freddo, mi sento scaldato dall’interno. I suoi occhi mi scavano dentro, il suo dito si muove dapprima impercettibilmente sul mio mento, poi risale lungo la mascella, scivolando dietro l’orecchio unitamente al resto della mano, per poi fermarsi sulla mia nuca.

«Raff,» riesco a pigolare, con un tono di voce che non mi rende per niente orgoglioso di me stesso: è a metà strada tra una supplica e un gemito.

«Dimmi che sto fraintendendo il modo in cui mi stai guardando, o il modo in cui ti brillano gli occhi quando mi sorridi. Se mi dirai così, volerò da Hay e non ti darò più fastidio.» Ha un tono insolitamente gentile, quasi insicuro, così diverso da quello che usa sempre, così… umano. E non mi dà fastidio, per carità! Quante volte glielo devo dire?

Ma non rispondo, perché non mi fido della mia voce e perché non ho niente da dirgli, se ciò che devo dire è negare ciò che provo.

Fa un accenno di sorriso e abbassa per un attimo lo sguardo. «Mi hai fatto prendere un colpo oggi. Mi ero ripromesso di ignorarti. Mi ero quasi convinto che non fossi come me. Era più facile così. Ma poi te ne sei uscito con quella frase che mi hai detto quando ti ho regalato la cioccolata. Me ne sono andato perché non potevo permettermi di sbagliare e pensare che potessi… condividere ciò che provo io.» Resta in silenzio ancora un attimo e poi aggiunge: «Se ti fosse successo qualcosa oggi, sarei impazzito.»

«Mi hai quasi picchiato però,» gli ricordo, anche se vorrei dire ben altro, ma ho la consapevolezza che ci sarà tempo e modo per farlo. In quel momento voglio solo che continui a parlare.

«Perché non tolleravo l’idea che stessi mettendo a rischio la tua incolumità. Ti ho sempre tenuto d’occhio, Mitch. Sempre. Non volevo ti succedesse qualcosa di brutto.»

Ora non sto più morendo. Sto volando in alto, sopra le nubi, le cime dei pini innevati. La notte è buia e silenziosa. L’unico tenue rumore è quello dei fiocchi che cadono. Riesci a sentirlo nel silenzio più totale. La mano di Raff è ancora sulla mia nuca e il suo dito poggia sul lato del collo, dove si muove piano, accarezzandomi la pelle e facendomi rabbrividire, ma non per il freddo.

«Posso farti notare che ho parlato solo io e mi sto sentendo un po’ stupido?» mi dice aggrottando un po’ la fronte.

Non rispondo di nuovo, ma non esito più e mi spingo in avanti, appoggiando la bocca alla sua, complice il buio e il silenzio che ci circonda e ci protegge da occhi indiscreti. Le sue labbra sono fredde come le mie, ma morbide e pronte a rispondere al bacio. Appoggia anche l’altra mano sul mio collo e mi tira a sé, scivolando con la lingua nella mia bocca, rubandomi e donandomi il sapore di cioccolata, rubandomi e donandomi il respiro.

Nella foga i nostri elmetti cozzano e ci stacchiamo con una risatina nervosa. Non avevo mai notato quanto Raff fosse giovane. Mi sento anche un po’ stupido, perché so che siamo tutti molto giovani, ma lui è sempre stato così distaccato e rigido da sembrare più vecchio di me. Ma non è così. Forse avrà un paio d’anni in più.

«Il regalo di Natale più bello di sempre,» riesco finalmente a dire, piano, sentendo il viso formicolare perché il sangue che circola gli sta facendo riacquistare la sensibilità. «Tu sei il regalo più bello.»

«Anche meglio della cioccolata?» chiede accarezzandomi lo zigomo con il pollice. E ora i suoi occhi sono così caldi e dolci che mi chiedo se mai siano stati diversi da così.

«No, quella ha un posto speciale,» rispondo serio, prima di sorridere e far cozzare di nuovo il mio elmetto contro il suo, strappandogli una risata soffocata mentre il suo braccio mi passa attorno alle spalle e mi tira più vicino, e la sua bocca mi offre un caldo riparo in cui perdermi fino a quando la mattina porterà via la magia di questa notte, offrendomi però la certezza di non essere più solo.