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Cronistoria di una storia – 1

L’input per iniziare questa cronistoria mi è stato dato da Claudia, che ha commentato al mio ultimo post dicendo che le sarebbe piaciuto una specie di blogcronaca per poter seguire l’evolversi di una storia. La trovo un’idea interessantissima, quindi ho deciso di provarci! Grazie, Claudia 🙂

All’inizio pensavo di parlarvi di una delle storie in corso, ma rischierei di spoilerare troppo e magari farvi perdere il gusto della lettura quando finalmente – forse – vedrà la luce.

Quindi ho deciso di ripercorrere per tappe la genesi e l’evoluzione di uno dei miei romanzi. Ho scelto Elias (eh, lo so, è una scelta inaspettatissima!) perché ci sono voluti due anni perché lo portassi a termine, nonostante la storia sia relativamente breve.

Cercherò di fare un post per ogni tappa essenziale. Partiamo dall’inizio…

  1. Il momento dell’ispirazione

light-bulbSono d’accordo con chi dice che più ti impegni e sforzi il tuo cervello a elaborare idee, più hai materiale per scrivere. Così come sono d’accordo con chi dice che lo scrittore deve essere curioso, deve osservare il mondo come se fosse una vetrina e prendere nota di cose interessanti (insomma, lo scrittore è un po’ un guardone).

Il problema è che il mio cervello è talmente pieno di altre cose, talmente impegnato a tenere conto di troppi “doveri”, scadenze, responsabilità, che mi devo accontentare di quando arriva qualche idea inaspettata.  Per fortuna, queste idee inaspettate per ora continuano ad arrivare.

Nel caso di Elias, esattamente come mi era capitato per The Scar, è stata un’immagine a farmi nascere nella mente l’idea di base della storia. Ma mentre in The Scar si trattava di uno spot pubblicitario, di un’espressione meravigliosa presente sul viso di Gaspard Ulliel, per Elias si è trattato di una foto in bianco e nero di un ragazzino un po’ emo. Questa.

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Mi è capitato di vederla per caso, forse in qualche post su Tumblr, onestamente non ricordo, ma quando l’ho vista mi sono bloccata e ho “visto” la prima scena del libro.

Non è esattamente uguale, ovviamente, ma questo ragazzo un po’ cupo, solo, che sembra in attesa di qualcosa o qualcuno, il viso in ombra, la fragilità invece secondo me molto evidente… ecco, questa immagine ha dato il via a ogni cosa. Era Elias che aspettava Thomas, anche se non avevano ancora un nome. E di questo parlerò la prossima volta 🙂

Se anche voi scrivete, che tipo di ispirazione è la vostra? Indisciplinata come la mia o forte di un intenso allenamento mentale?

Alla prossima tappa!

 

By Erin

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6 comments

  • Antonella

    29 luglio 2016 at 18:09

    La mia ispirazione nasce da un tema, di solito. Mi spiego meglio: quando ho iniziato a lavorare a “I talenti delle fate” sono partita dall’idea delle fate che vivono il quotidiano e sono in mezzo a noi, anzi siamo noi. A questo concetto ho poi inanellato altre idee sviluppatesi immaginando i personaggi. Funziono così: basta una briciola.

    1. Erin

      29 luglio 2016 at 18:14

      L’idea de “I talenti delle fate” è semplicemente deliziosa. Partire da un’idea di base e costruirci la storia attorno è interessante perché ti permette di operare “circolarmente” e attrarre man mano altre cose, che ci restano attaccate un po’ come grazie alla forza centrifuga! Mi piace come funzioni <3

  • Claudia

    30 luglio 2016 at 16:32

    Faccio un po’ la rompina, posso? Leggo spesso, ultimamente, di autori che trovano l’ispirazione nelle foto, che siano di persone o paesaggi, e la domanda sorge spontanea: come facevano gli autori ai tempi in cui non c’erano le macchine fotografiche o i video o tumblr o pinterest e chi più ne ha più ne metta? Oppure credi che sia un ‘sintomo’ della frenesia moderna se dobbiamo ‘accontentarci’ di una specie di ispirazione di seconda mano? Non lo dico in senso spregiativo, io non sono autrice quindi l’ispirazione non la capisco; anzi, quando mi chiedono cos’è un traduttore rispondo spesso che è un autore senza l’ispirazione. E lo penso davvero. Il fuoco della creazione non mi brucia dentro, quindi chi ce l’ha riscuote tutta la mia ammirazione. La domanda però resta: ai tempi in cui non c’era la diffusione di immagini che c’è oggi, dove credi trovassero ispirazione di autori? Sir Walter Scott che ha creato un Ivanhoe, per esempio, dove avrà trovato l’ispirazione? E cos’è esattamente l’ispirazione?

    1. Erin

      31 luglio 2016 at 19:02

      Certo che puoi!
      Cos’è l’ispirazione non saprei proprio dirtelo, se non descrivertelo come uno scatto mentale, tipo l’apertura di un rubinetto. Ma non è un rubinetto da cui l’acqua scorre poi liberamente, è solo l’apertura, il via, poi devi mantenere il rubinetto aperto per portare avanti una storia.
      Però non so spiegare i meccanismi che ci sono dietro l’ispirazione, credo che nessuno possa farlo, perché è appunto uno scatto nella mente che a volte capita all’improvviso, oppure latita nonostante si desideri sentirlo con tutto il cuore.
      Io ho parlato di quella foto, ma ho parlato anche di osservare il mondo che ci circonda, che credo sia ciò fanno quasi tutti gli scrittori, da prima dell’avvento del cinema, della TV o, più recentemente, di internet. Anche se osservare può essere una risorsa più facilmente sfruttabile per il romanzo contemporaneo, è anche vero che alcune interazioni, relazioni, fatti, possono essere poi trasferiti in un’altra epoca, con le dovute modifiche.
      Però il tuo esempio mi ha fatto venire in mente anche “l’intenzione”, che secondo me è sorella dell’ispirazione. E cioè l’idea di una storia, ma non l’ispirazione per scriverla, che forse si può pur sempre chiamare ispirazione, ma che secondo me è più semplicemente un’idea.
      Per esempio, io ho deciso coscientemente di scrivere un noir (più o meno) ambientato nell’anno precedente alla strage di San Valentino a Chicago perché mi ha colpito quell’evento specifico, e quindi sto tessendo la trama.
      Ecco, questa non è un’ispirazione da immagini o video, ma una scelta cosciente di voler scrivere qualcosa di un determinato periodo.
      Quindi in questo caso l’idea di fondo c’è, ed è venuta da una mia curiosità, mentre l’ispirazione per mettere le dita sulla tastiera e iniziare a scrivere può per esempio venire rigirandomi la storia nella mente o mettendo la canzone giusta al momento giusto, o magari facendo una passeggiata.
      Non so se sono riuscita a spiegarmi, è un discorso un po’ contorto, me ne rendo conto…

  • Cinzia

    2 agosto 2016 at 18:16

    L’ispirazione per la mia serie è stata la risata di un bambino, il figlio di due anni dei miei vicini di casa. Ero davanti al pc, pagina bianca da giorni, scoraggiata nella ricerca di quell’input che mi avrebbe portato a scrivere le prime parole. Quella risata mi ha fatto pensare a cosa sarebbe stato il mondo senza le risate e la gioia di vivere dei bambini, il loro entusiasmo, la loro immaginazione. E’ bastato questo per far muovere le mie mani sulla tastiera senza interruzioni. 400 pagine in quattro mesi per il primo libro, quasi 500 per il secondo nei due mesi successivi. I libri sono ora nove, ho appena pubblicato il primo, Eric e la Città dei Bambini Perduti. E la storia non è ancora finita.

    1. Erin

      2 agosto 2016 at 21:56

      Sono impressionata. Ti faccio tantissimi complimenti. Scrivere nove libri, e di quelle “dimensioni”, merita un applauso. Ed è bellissimo come è partito il tutto. Davvero, tanti complimenti. È proprio vero che non si sa mai da dove può arrivare l’idea giusta…

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